Mai prima d’ora l’impronta antropica sui sistemi naturali della Terra è stata così grande. Stiamo consumando più risorse di quanto il Pianeta ne metta a disposizione. Dal 1950 la popolazione umana è aumentata di quasi il 200%, il consumo di combustibili fossili è aumentato di oltre il 550% e la pesca di oltre il 350%. Abbiamo costruito dighe su circa il 60% dei fiumi del mondo, abbiamo abbattuto quasi la metà delle foreste temperate e tropicali, ogni anno utilizziamo circa la metà dell’acqua dolce accessibile e il 50% della superficie abitabile del pianeta per nutrirci.

ape su foglia

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Il nostro ambiente sta cambiando. I livelli di anidride carbonica nell’atmosfera stanno aumentando a un ritmo record, con un aumento pari al 24% dagli anni Cinquanta. Il 2022 è stato l’anno più caldo mai registrato sulla Terra. Gli oceani sono diventati del 30% più acidi dalla rivoluzione industriale. Gli impollinatori, necessari per la crescita di piante e colture, stanno scomparendo in tutto il mondo. La biodiversità sta collassando poiché si stima che 150 specie si estinguano ogni giorno, un ritmo mille volte superiore rispetto a quello naturale.

L’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici parla esplicitamente di come le azioni di mitigazione per il clima contribuiscano a creare un ambiente più salubre, dall’aria più pulita e dalla riduzione dei rischi di ondate di caldo estremo al controllo della diffusione delle malattie.

Il cambiamento climatico comporta l’aumento delle temperature, l’innalzamento dei mari e un’incidenza più frequente di forti tempeste. Gli impatti umani noti includono inondazioni che possono aumentare i rischi di malattie legate all’acqua e malattie trasmesse da vettori; un impatto sulla produzione alimentare, sia in termini di aumento dei cicli di siccità sia di diminuzione dei micronutrienti nelle colture di base; anche gli inquinanti legati alle emissioni di carbonio (e ai cambiamenti climatici) sono dannosi per la salute umana. A livello globale, oggi c’è una mortalità maggiore a causa dell’inquinamento atmosferico che a causa dell’HIV, della malaria e della tubercolosi messe insieme.

Le attività umane stanno determinando un cambiamento biofisico fondamentale a tassi molto più ripidi di quelli mai esistiti nella storia della nostra specie. Questi cambiamenti biofisici si stanno verificando in almeno sei dimensioni:

  •  distruzione del sistema climatico globale; 
  •  inquinamento diffuso di aria, acqua e suolo
  • rapida perdita di biodiversità
  • riconfigurazione dei cicli biogeochimici, anche per carbonio, azoto e fosforo; 
  • cambiamenti pervasivi nell’uso e nella copertura del suolo
  • esaurimento delle risorse, comprese le acque dolci e la terra coltivabile. 

Ciascuna di queste dimensioni interagisce con le altre in modi complessi, alterando condizioni fondamentali per la salute umana: la qualità dell’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e il cibo che possiamo produrre. Questi cambiamenti nelle nostre condizioni di vita influiscono in ultima analisi su ogni dimensione della nostra salute e del nostro benessere

mano che sente la salute di un mappamondo

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La portata delle sfide ecologiche contemporanee richiede più di una geografia medica o climatologia frammentarie e più di un concetto di salute ambientale incentrato su isolate tossicità e altri rischi. La salute planetaria si concentra sulla comprensione e la quantificazione degli impatti sulla salute umana di queste perturbazioni ambientali globali e sullo sviluppo di soluzioni che consentiranno all’umanità e ai sistemi naturali da cui dipendiamo di prosperare adesso e in futuro.

Richard Horton, redattore capo della rivista “The Lancet”, insieme ad altri colleghi sono ritenuti coloro che avrebbero coniato il termine salute planetaria in un articolo del marzo 2014 intitolato Dalla salute pubblica alla salute planetaria: un manifesto: “I danni che continuiamo a infliggere ai nostri sistemi planetari sono una minaccia per la nostra stessa esistenza come specie”, ha scritto il team di Horton. “Le conquiste realizzate in materia di salute e benessere negli ultimi secoli, anche attraverso azioni di sanità pubblica, non sono irreversibili; possono essere facilmente persi, una lezione che non abbiamo appreso dalle civiltà precedenti”[1] [ns. trad.].

Salute Planetaria e One Health

Il concetto della salute planetaria in qualche modo racchiude il concetto molto noto di One Health, perché quest’ultimo riconosce i legami tra salute umana, animale e ambientale.
Deve essere incorporato e integrato. Nel contempo, però, va oltre. Il concetto di One Health promuove collaborazioni multidisciplinari tra medici, veterinari, specialisti ambientali, e altre professioni sanitarie. 

Il supporto per One Health è in crescita e deve essere accolto e implementato a livello globale. Per Richard Horton e i suoi colleghi, però, il concetto di One Health sarebbe di per sé incompleto e non permetterebbe di affrontare in modo adeguato le schiaccianti minacce ambientali che mettono in pericolo l’esistenza stessa del genere umano. 

Circa il 75% delle malattie infettive emergenti sono zoonotiche, ovvero possono essere trasmesse direttamente o indirettamente dagli animali all'uomo, ad esempio attraverso il consumo di alimenti contaminati o il contatto con animali infetti.

Mano che regge un pippistrello

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Del resto, un importante studio pubblicato su “Nature”[2] lo scorso anno ha dimostrato che la produzione di cibo poco sostenibile non è solo un problema per l’ambiente, ma rende anche più facile il passaggio di virus e altri agenti patogeni dalle specie animali ospiti all’uomo. Lo studio ha esaminato gli habitat dei pipistrelli “ferro di cavallo” della famiglia Rhinolophidae, gli animali che più spesso sono contagiati da coronavirus legati alle SARS, dall’Europa all’Asia. Nelle conclusioni, i ricercatori hanno chiarito che alti livelli di frammentazione delle foreste, allevamento e presenza umana diminuiscono la distanza naturale tra la fauna selvatica e l’uomo, facilitando la trasmissione di patogeni. 

Salute planetaria ed equità

Sfondo neutro con scritta Equality

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La salute planetaria evidenzia anche la questione strettamente correlata dell’equità. Nella maggior parte dei casi, le persone più povere del mondo con il minor numero di risorse istituzionali, culturali, governative o filantropiche disposte a supportarle, sono le più vulnerabili alle condizioni ambientali in rapido cambiamento. 
I poveri soffriranno maggiormente della scarsità di cibo indotta dal cambiamento climatico e contribuiranno meno all’aumento delle concentrazioni di gas serra. Le generazioni future subiranno le conseguenze degli insostenibili modelli di consumo odierni. Questa disconnessione tra coloro che godono dei benefici e quelli che ne subiscono le conseguenze è profondamente ingiusta. 

Un risultato importante della ricerca sulla salute planetaria è stata però la quantificazione dei costi sanitari che in precedenza erano solo vaghe esternalità. La maggior parte dell’impatto umano sui sistemi naturali è il risultato di attività economiche di varia entità, ma nella valutazione dei costi e dei benefici di queste attività, gli effetti sulla salute della trasformazione ambientale sono stati per lo più tralasciati. Sia che si stia determinando il costo sociale delle emissioni di carbonio, che l’impatto della produzione di olio di palma in Indonesia o i costi e i benefici di una diga in Africa occidentale, comprendere e quantificare le implicazioni per la salute di queste attività spesso cambia notevolmente l’equazione dei costi e dei benefici. In definitiva, la quantificazione permette anche di tracciare una strada solida verso una migliore equità.

In una certa misura, la salute planetaria rappresenta la nostra risposta attuale a quello che potremmo chiamare il lato oscuro dello sviluppo, del progresso e del processo di civilizzazione, un mezzo per affrontare le conseguenze dell’assalto incessante della nostra specie ai sistemi planetari che sostengono la vita.

Bibliografia

[1]  Horton R., Beaglehole R., Bonita R., Raeburn J., McKee M., Wall S., From public to planetary health: a manifesto. Lancet, 8 March 2014, p. 847 © 2014 Elsevier Ltd. All rights reserved. 

[2]  Rulli, M.C., D’Odorico,  P., Galli, N. et al., Nature Food 2 (2021) 

Referenze iconografiche: © Photocreo Michal Bednarek/Shutterstock; © cherryyblossom/Shutterstock; © TanitJuno/Shutterstock;  ©Dr. MYM/shutterstock; © Dmitry Demidovich/Shutterstock