Un istinto innato nell’essere umano

La dottrina giuridica, anche con l’apporto della sociologia, definisce lo sport come un particolare comportamento umano caratterizzato dall’esercizio fisico e finalizzato a una performance, cioè al conseguimento del miglior risultato.
L’attività sportiva è presente nella società umana fin dalle sue origini. In questo senso, lo sport è stato sempre presente in ogni epoca e in ogni civiltà, tanto che viene concordemente considerato intrinseco alla natura dell’uomo. Secondo i sociologi, infatti, lo sport ebbe origine quando l’uomo scoprì la gratificazione derivante dal cosiddetto impegno superfluo e volontariamente accettato (ben diverso dalla fatica obbligata, cioè il lavoro, che è imposta dalla necessità di soddisfare i bisogni primari), dal quale hanno origine l’arte e l’attività sportiva.
I primi frutti dell’impegno superfluo sono ancora oggi testimoniati dai graffiti presenti in numerosi siti preistorici. Tali opere costituiscono la prima libera e gratuita espressione dell’arte umana, al di là di ogni intento religioso o apotropaico. Il piacere di dedicarsi alla fatica superflua è riemerso nel XIX secolo in Inghilterra, con l’impiego del leisure time, cioè il tempo libero, non dedicato né al lavoro né al riposo, che è la motivazione, ancora oggi, di gran parte della pratica sportiva individuale.
La gratificazione, cioè la gioia liberatoria che prova l’individuo nella pratica di uno sport, al di là di ogni altro fine e della stessa conquista del risultato, costituisce la base essenziale di questa attività.
Lo sport nasce in forma di gioco di natura sportiva e accompagna tutte le età dell’uomo. Anzi, per il fatto che in ogni sport vi sono regole da rispettare, si può dire che proprio nelle primitive regolamentazioni delle prime attività sportive si riscontrano le prime manifestazioni del diritto.

L’origine dell’attività sportiva

Anche se la relazione tra gioco e sport appare a molti evidente, non tutti collegano al gioco l’origine dell’attività sportiva. Qualcuno intravede la comparsa dei primi esercizi fisici nelle danze rituali connesse al culto religioso: spesso, infatti, giochi e competizioni erano collegati all’ambito del sacro, tanto che uno storico tedesco, Carl Diem, nel 1971 individuò le prime pratiche proto-sportive nei giochi che venivano celebrati come manifestazioni collaterali alle grandi celebrazioni religiose antiche.
Gli antropologi e gli etnologi concordano invece nel collegare l’origine dello sport al gioco. L’uomo, specialmente nel periodo dell’infanzia e della giovinezza (ma, in modi diversi, anche nell’età adulta), avverte e obbedisce all’insopprimibile bisogno di giocare: anzi, si è autorevolmente affermato che l’uomo è interamente uomo solo quando gioca, in quanto il gioco è una delle più serie e organiche esigenze della psiche umana. Per Schiller, infatti, ogni gioco è anzitutto e soprattutto un atto libero: il gioco comandato non è più gioco.

Il primo “gioco sportivo”

È suggestiva la nascita del primo “gioco sportivo” immaginata dagli antropologi Blanchard e Cheska, che in uno studio del 1986 descrivono un gruppo di adolescenti che - un milione e mezzo di anni fa - si rincorrono e si sfidano sullo stesso tratto erboso, in un gioco che è diventato una consuetudine, tanto che per il ripetersi delle corse il prato è segnato dai loro passi come da un sentiero.
Dopo qualche tempo, spontaneamente, la gara tra i giovani consiste nel raggiungere più velocemente degli altri un albero o una roccia poco lontano, scelti come termine: uno di loro, più accorto, sceglie una via diversa dal solito sentiero già tracciato, e arriva primo. Tutti gli altri protestano, perché il vincitore non ha seguito la solita via, la stessa via di tutti gli altri: dopo una accalorata discussione i giovani adottano alcune regole esplicite, che superano quelle accettate implicitamente (senza alcuna formalità) fino a quel momento.
Si fissa, così, oltre alla meta, il percorso a cui tutti devono attenersi e la corsa non è più soltanto un gioco: in virtù delle condizioni fissate per la gara, il gioco si è trasformato in uno sport.

L’uomo che gioca

Il testo fondamentale su cui si fonda la teoria dello sport nato dal gioco è certamente l’Homo ludens di Johan Huizinga, per il quale in ogni gioco le norme sono obbligatorie e inconfutabili: infatti, non appena si trasgrediscono le regole, il mondo del gioco crolla, non esiste più, e il giocatore che si oppone alle regole o vi si sottrae toglie al gioco l’illusione (l’in-lusio, cioè, etimologicamente, l’essere nel gioco).
Per Huizinga il gioco può essere definito come un complesso sistema culturale. Infatti, giocato una volta, esso permane nel ricordo come una creazione o un tesoro dello spirito, è tramandato e può essere ripetuto in qualunque momento, anche dopo un lungo intervallo.

Lo sport come istituzione

Quando alla sola menzione del suo nome tutti i partecipanti sanno esattamente come uno sport si svolgerà e secondo quali regole, un determinato sport può definirsi istituzionalizzato.
In questo senso, un’istituzione si configura come una realtà intellettuale di cui sono noti gli obiettivi, i principi e le regole connesse con la sua esistenza, che la distinguono da altre realtà simili.
Lo sport è anche un’attività intellettuale, perché comprende le motivazioni e le reazioni psicologiche del soggetto, il suo atteggiamento mentale e spirituale di fronte al fenomeno sportivo: elementi, questi, tutti essenziali alla definizione e alla descrizione dell’azione sportiva, e quindi alla performance.

Dalle tavolette mesopotamiche di Kikuli ai giochi di Olimpia

Nelle tavolette d’argilla ritrovate nel sito di Kikuli in Mesopotamia si trova una dettagliata descrizione del trattamento riservato ai cavalli del re per prepararli alle corse dei carri in pista, uno sport che è stato molto popolare soprattutto nel vicino Oriente, ed è stato assai seguito fino alla caduta di Costantinopoli, avvenuta nel 1453 per opera dei turchi.
Le prime attività vicine a una pratica sportiva (come la corsa, il pugilato, il nuoto, la lotta e le corse dei carri o delle bighe, tutte testimoniate nei reperti archeologici delle varie epoche) sembrano rivolte per lo più a potenziare, nelle competizioni, le capacità e abilità militari che – dal Terzo millennio a.C. in poi - erano essenziali in guerra e nel combattimento.
Le notizie riguardanti l’antico Egitto sono ben più numerose: le pratiche e le competizioni sportive erano molto più diffuse che in Mesopotamia, ma non vi è traccia di installazioni sportive, a parte la pista per la corsa rituale che occupava parte del monumento funerario del faraone Djoser. L’egittologo John Wilson, dell’Università di Chicago, attribuisce la maggiore inclinazione verso l’attività sportiva mostrata dagli antichi egizi alla loro gioia di vivere, che costituiva una sorta di contrappeso alle preoccupazioni riguardante l’oltretomba.
Nei bassorilievi, nelle incisioni e negli affreschi dei più importanti monumenti archeologici, ammiriamo le schiere di carri e di arcieri della tomba di Tutankhamon, le scene del faraone che doma i cavalli, che armato di lancia va a caccia di tori selvaggi e che attacca con le frecce i leoni. Nelle raffigurazioni che adornano il monumento funerario di Ramses III ammiriamo la corsa rituale che era parte della celebrazione della salita al trono del faraone. Dalle annotazioni dei papiri rinvenuti nella tomba del principe Kheti, apprendiamo la passione del defunto per le gare di nuoto. Nel sito della tomba del faraone Antefoqer, le immagini mostrano come venisse offerto largo spazio alla ginnastica acrobatica, attività che coinvolgeva uomini e donne.
Esistono circa 250 rappresentazioni che descrivono lottatori nei diversi ingaggi del combattimento, ma gli Egizi si dedicavano abitualmente anche alla scherma, nella quale adoperavano bastoni di legno con la punta rinforzata dal metallo, e con una impugnatura che ricorda vagamente l’elsa con la “guardia” a protezione della mano.
Nel Regno Medio, accanto alle scene di ginnastica acrobatica, appaiono scene di danza, con figure di straordinaria flessibilità, che rappresentano sicuramente il risultato di lunghi allenamenti ed esercitazioni.
La stele di Tutmòsis III, assieme a quella di Amenòfis II, sembra riprodurre il ritratto dell’atleta perfetto: infatti, un’intera dinastia, la XIII, è stata soprannominata dinastia dei Re Atleti. Probabilmente, in un momento storico in cui, con l’invasione degli Hyksos, il faraone sembrava aver perso la sua divina infallibilità e invulnerabilità agli occhi del popolo, appariva necessario proiettare comunque l’immagine di un leader: in quel momento, il Re Atleta vincitore poteva richiamare l’immagine del guerriero vittorioso. Così il faraone poteva recuperare il prestigio perduto attraverso l’immagine dello sportivo invincibile nella lotta.

La crisi dell’olimpismo tra età romana e medioevo

Anche gli sport immortalati dai versi di Omero erano generalmente legati alle celebrazioni funebri, durante le quali si offriva all’eroe defunto il dono dell’àgon, la competizione, intessuta di fede, di onore e di forza, tesa al superamento del limite umano per uguagliare gli dèi.
Nell’VIII secolo a.C. la prima olimpiade consacra e consegna alla storia il valore sublime dell’àgon, che dà impulso alla vitalità creativa nel senso di competizione, strettamente connessa al desiderio di fama e di immortalità. Lo sport si sublima e diventa espressione di una realtà trascendente, di una religione più alta e potente, che pone fine alle guerre e alle contese.
Con la conquista romana la coscienza sportiva propria della Grecia si affievolisce e ciò avviene, nei secoli successivi, anche per influsso del Cristianesimo.
Va precisato che in nessun passo del Vangelo né nelle parole degli Apostoli sono contenute espressioni di condanna per Olimpia e per i suoi Giochi. Invece un eretico, il vescovo scismatico e antipapa Novaziano, nel suo trattato De spectaculis manifestava la propria contrarietà alle manifestazioni e agli spettacoli dello stadio. Novaziano affermava che: «I cristiani devono allontanare la vista e l’udito da questi spettacoli privi di contenuto, e che risultano pericolosi e di cattivo gusto».
Tuttavia, proprio nel Medioevo rinascono i presupposti dello spirito sportivo. In particolare, nell’istituzione della cavalleria riemerge inconsapevolmente, si diffonde e si trasmette l’olimpismo greco: il cavaliere, infatti, mostra il proprio valore e la propria forza non solo in battaglia, ma anche nel torneo (che è stato definito il “grande sport del Medioevo”), in cui egli gareggia ispirato dal sentimento dell’onore e dal senso di competizione.

La restaurazione dei giochi olimpici

Nel XIX secolo si sviluppa, si organizza e si diffonde in tutto il mondo lo sport moderno.
Pierre de Fredy, barone De Coubertin, nell’intento di utilizzare gli ideali e i valori dello sport olimpico per promuovere la pace e la comprensione tra i popoli, nel 1892 propone, al Congresso internazionale degli sport atletici (tenutosi presso l’Università della Sorbona di Parigi), la restaurazione dei giochi olimpici con modalità conformi alle necessità del tempo presente. De Coubertin voleva ripristinare i giochi olimpici affinché, come nell’antica Grecia, i giovani di tutto il mondo potessero confrontarsi in una competizione sportiva leale, anziché in guerra. Il Congresso accolse con entusiasmo la proposta e stabilì che la prima olimpiade moderna si sarebbe svolta nel 1896 ad Atene, in Grecia, l’antica patria dei Giochi.
Nel 1894 De Coubertin creò il Comitato Olimpico Internazionale (CIO), un’organizzazione non governativa, regolata dai principi e dalle regole contenuti nella Carta olimpica, per far rinascere i giochi olimpici attraverso un evento sportivo quadriennale, in cui gli atleti di tutti i Paesi potessero competere fra loro.
Il 6 aprile 1896 furono inaugurati ad Atene i Giochi della prima olimpiade dell’era moderna. L’evento durò dieci giorni e fu il più grande avvenimento sportivo internazionale dell’epoca, con circa duecentoquaranta atleti provenienti da quattordici Paesi.
Alle Olimpiadi di Atene del 1896 partecipò un unico atleta italiano. Per favorire una più ampia presenza italiana ai futuri Giochi, venne istituito, nel 1908, il Comitato Italiano per le Olimpiadi Internazionali, il futuro CONI. Con la crescita dell’attività sportiva, determinata dal ripristino dei giochi olimpici e favorita dal successivo moltiplicarsi delle competizioni internazionali, nel Novecento si è affermata la nozione ordinamento giuridico sportivo grazie all’italiano Massimo Severo Giannini.

I rischi per l’atleta di alto livello

Oggi in ogni nazione l’atleta di alto livello, il campione che si impegna da protagonista nelle performance spesso ad alto rischio e di grande spettacolarità, è destinatario di gratificazioni economiche, psicologiche e sociali, ma è anche soggetto a svariati oneri.
I rischi a cui è costantemente esposto sono di ordine medico (fisico e psichico) e sociale. Infatti, egli è destinato, sul piano fisico, ad essere vittima di infortuni, spesso invalidanti e precoci perché si verificano mentre è ancora in piena attività. Il campione si impegna, accumula colpi, fatica e traumi in un fisico sottoposto a una sorta di manipolazione permanente. Nel continuo alternarsi di periodi di allenamento intensivo e di fasi di recupero, l’atleta di alto livello è soggetto alla continua usura di articolazioni, tendini, colonna vertebrale, cuore, cervello e sistema nervoso.
Emerge il conflitto tra pratica sportiva ad alto livello e diritto alla salute, alla vita, e all’integrità fisica e psichica, assieme al dubbio sulla liceità non solo della competizione, ma anche degli allenamenti gravosi e della ormai consueta discesa in campo di un atleta malgrado l’infortunio, in grado di gareggiare grazie a infiltrazioni di anestetico, peggiorando così notevolmente il suo stato. Non a caso molti chiedono, a livello mondiale, l’abolizione della boxe.
Sul piano psichico i rischi sono anche più gravi: fin dall’inizio della sua attività, il futuro campione sportivo è soggetto a pressioni da parte dei genitori, degli allenatori e dei talent scout, è costretto a svolgere pratiche sportive troppo intensive per la giovane età. Con gli anni si fanno sempre più marcate le pressioni psicologiche che accompagnano gli allenamenti e i regimi alimentari mirati – e integrati – per raggiungere e mantenere una performance di eccellenza: tanto che sempre più spesso ne conseguono depressione e il ricorso alla droga.
C’è chi ha evidenziato che il prolungato stress e i traumi psicologici spesso si esprimono attraverso il linguaggio del corpo, e si manifestano nel susseguirsi – inspiegabile e solitamente attribuito a fatalità – di fratture, microfratture, distorsioni e altre lesioni che nascondono un male interiore più grave.

La fragilità del super-atleta

Il mito dell’eroe sportivo svela così la fragilità del super-atleta, che dopo un breve ciclo di celebrità e di gloria cade nel vuoto e nell’oblio. Fortunatamente non sempre è così, ma accanto ai campioni che al termine della loro attività agonistica operano una sapiente riconversione, adeguandosi al nuovo status di impegno sociale e di minore visibilità, altri chiudono il loro percorso di atleti nel disastro economico o in un istituto per la disintossicazione.
Doping e carriera sportiva di élite sono a volte strettamente intrecciati: è sempre crescente il numero degli aspiranti al successo, mentre passa in secondo piano l’etica della fatica e dell’eccellenza, e si confonde l’eccellenza col trionfo sulla scena dello sport-spettacolo. Infatti, lo sport, nato come attività umana semplice e spontanea, oggi coinvolge l’ambito dell’economia ed è insieme spettacolo, messaggio pubblicitario, prodotto di consumo, oltre che occasione di svago e di lavoro.

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