I pogrom del 1918-1921

Era l’8 settembre quando il “New York Times” pubblicò un articolo nel quale si parlava di manifestazioni di protesta svoltesi a Manhattan. Il titolo diceva: Nel corso del raduno si apprende che 127 000 ebrei sono stati uccisi e 6 000 000 sono in pericolo. Qualche mese prima il “Literary Digest” era uscito con una edizione speciale che si apriva così: Il prossimo orrore europeo sarà un massacro di ebrei?

Non era il 1939. Era il 1919, Hitler era ancora uno sconosciuto, stava appena cominciando a distillare la sua ideologia antisemita e gli ebrei tedeschi non avevano il minimo sentore della catastrofe che li attendeva.
Ma a est della Germania, in Ucraina, nelle zone dove vivevano circa tre milioni di ebrei – la massima concentrazione di ebrei al mondo – stavano succedendo cose terribili, il frutto di una “tempesta perfetta”, cose terribili che sarebbero state eclissate dagli eventi di due decenni dopo, e dunque in gran parte dimenticate.
Tra la fine del 1918 e la primavera del 1921 furono registrati oltre 1000 pogrom, in 500 località (perché a un primo assalto alla comunità ebraica ne seguivano spesso un secondo e un terzo, sempre più violenti e mortali). Le stime del numero di vittime, in quel periodo di guerra civile, di instabilità politica estrema, di occupazioni militari, di conflitti tra nazionalismi diversi, sono assai difficili e le cifre vedono grandi oscillazioni, ma quelle più caute parlano oggi di oltre 100 000 morti, di centinaia di migliaia di orfani e vedove, di circa 600 000 profughi fuggiti oltre confine, e di oltre un milione di profughi interni.

Lo storico Jeffrey Veidlinger nel suo saggio In the Midst of Civilized Europe. The 1918-1921 Pogroms in Ukraine and the Onset of the Holocaust ha raccolto testimonianze e documenti - che costituiscono una lettura quasi insostenibile descrivendo razzie, esecuzioni di massa, decapitazioni, torture, stupri, umiliazioni -  a sostegno della tesi che la Shoah non si presentò all’improvviso come un evento “inconcepibile”, perché in quei due anni e mezzo divenne evidente che si poteva procedere all’eliminazione di una minoranza numerosa come quella ebraica, con l’indifferenza o la partecipazione attiva ed entusiastica della popolazione locale. Quando i nazisti invasero l’Unione Sovietica, in Ucraina era ancora vivo il ricordo dei pogrom, ai quali avevano partecipato ucraini, russi, polacchi, militari, contadini, scolari, perfetti sconosciuti o vicini di casa o addirittura amici delle vittime.

Una storia di violenze antiebraiche 

Le violenze antiebraiche in quella zona non erano un fatto inedito. Non che i rapporti fossero perennemente tesi, lunghi periodi di quiete e relativa prosperità venivano però interrotti da sporadiche aggressioni, innescate da incidenti locali o da eventi nazionali. Ci furono pogrom in seguito all’assassinio, nel 1882, dello zar Alessandro II (uno dei terroristi era di famiglia ebraica), e pogrom ancora più violenti in occasione della guerra tra russi e giapponesi, nel 1904-1905. I conflitti internazionali rappresentavano un grave pericolo: gli ebrei, tradizionalmente distribuiti in vari paesi e soggetti a una grande mobilità, avevano spesso legami di parentela transnazionali, parlavano sovente più di una lingua, e per questo nei momenti critici si abbattevano su di loro accuse e sospetti di scarsa lealtà e tradimento – un fenomeno che nei turbolentissimi anni 1918 -1921 avrebbe assunto proporzioni gigantesche, spazzando rapporti che fino a quel momento erano stati pacifici, se non addirittura di collaborazione e buon vicinato.

Il caso Beilis e l’ “accusa del sangue” 

Ma si diceva anche degli incidenti locali. Nel giugno del 1911 l’ebreo Mendel Beilis, sovrintendente di una fabbrica di mattoni di Kiev, fu arrestato con l’accusa di aver ucciso un tredicenne, il cui cadavere era stato ritrovato pochi mesi prima, non lontano dalla fabbrica, e di averlo fatto per motivi rituali: l’“accusa del sangue”, vecchia di secoli, secondo la quale a ridosso della Pasqua gli ebrei avrebbero usato il sangue di cristiani innocenti per impastare il pane azzimo.
Il processo a Mendel Beilis, l’ultimo in Europa a basarsi sull’accusa del sangue, suscitò uno scalpore enorme, pari a quello dell’affare Dreyfus: se ne parlò in tutto il mondo, e come nel caso Dreyfus ci furono manifestazioni di protesta e si levarono in difesa di Beilis le voci degli intellettuali e dei politici liberali e socialisti, mentre la destra nazionalista e antisemita dell’Unione del Popolo Russo (nota anche come Centurie Nere) chiamava alla vendetta e spingeva l’accusa, e funzionari governativi manipolavano le prove.

Beilis rimase in carcere due anni, in condizioni durissime. Il processo durò un mese, per la difesa si schierarono illustri avvocati, ebrei e non ebrei: e alla fine l’imputato fu assolto – il ragazzino era stato ucciso da una banda criminale – ma il clima non si fece meno teso e avvelenato, perché anche se si era stabilito che non era stato Beilis a commettere il fatto, nel verdetto rimase la definizione di omicidio rituale: ancora nel XX secolo il sistema giudiziario russo dava credito a quell’accusa medioevale.

 

Gli ebrei come capro espiatorio negli anni della guerra civile 

La situazione precipitò solo pochi anni dopo, con il dissolversi dell’impero russo e di quello asburgico, e la guerra civile che ne seguì.

Il “Jewish Chronicle” del 23 gennaio 1920 pubblicava queste parole dello scrittore inglese Israel Zangwill: “Nel sud della Russia gli ebrei sono stati massacrati come bolscevichi dai soldati di Petliura, sono stati massacrati come partigiani di Petliura dai soldati di Sokolov, come borghesi capitalisti dai soldati di Makhno, come comunisti da quelli di Gregoriev, e da quelli di Denikin come bolscevichi, capitalisti e nazionalisti ucraini, tutto insieme. È la vecchia favola di Esopo.” Zangwill scriveva sull’onda dell’emozione e sintetizzava molto, ma era così che le cose stavano andando, con gli ebrei come agnelli alle prese con una molteplicità di lupi.

L’Ucraina infatti era in quegli anni terra di scontro tra fazioni e nazionalità: Simon Petliura rappresentava l’ala socialista del nazionalismo ucraino, Konstantin Sokolov era dell’armata di volontari che combatteva a fianco dei Bianchi contro l’Armata Rossa, Nestor Makhno era un rivoluzionario anarco-comunista ucraino in armi sia contro i bolscevichi sia contro i Bianchi, Gregoriev un “signore della guerra”, ferocissimo antisemita e grande razziatore, mentre Anton Denikin, un altro antisemita particolarmente spietato era il capo dell’esercito controrivoluzionario.
Era un tutti contro tutti con continui ribaltamenti di fronte e alleanze, in un vuoto di potere. I signori della guerra come Gregoriev erano interessati soltanto al saccheggio e al potere, non alle ideologie, e combattevano a seconda delle convenienze. E anche gli eserciti ufficiali o meglio inquadrati erano lasciati allo sbando, privi di rifornimenti: per sopravvivere ricorrevano a requisizioni e razzie, contribuendo al clima di violenza. In una situazione del genere, era molto facile che le voci corressero incontrollate, e che gli ebrei potessero essere incolpati delle sofferenze della popolazione civile.

Le giovani generazioni protagoniste dei pogrom 

Lo storico Veidlinger mette in rilievo anche un altro elemento: c’era una generazione che era diventata adulta con la guerra, che aveva vissuto la violenza, l’occupazione militare e l’odio e la morte come normalità – e questo spiegherebbe perché protagonisti dei terribili pogrom furono in prevalenza i giovani, militari e civili, mentre i più anziani, che al fianco degli ebrei avevano lavorato e vissuto per tutta la vita, assistevano a volte sgomenti, a volte fingendo di non vedere.
Veidlinger parla anche di “profezia che si autoavvera”, perché l’accusa che veniva fatta agli ebrei, ovvero di essere agenti del bolscevismo, alla fine prese tinte reali, perché i bolscevichi furono gli unici, in quegli anni, a stroncare seriamente i pogrom e lo fecero non solo con campagne educative ma anche con i loro metodi spietati e sbrigativi, fucilando e punendo i responsabili degli attacchi. E così gli ebrei, che per composizione sociale (erano in buona parte commercianti o piccoli artigiani) avrebbero dovuto temere i bolscevichi che li avevano ridotti in estrema povertà, furono invece indotti a unirsi all’Armata Rossa e a entrare nella Ceka, la temutissima polizia politica, che li stavano proteggendo e offrendo la possibilità di vendicarsi su chi aveva massacrato le loro famiglie. Questa equiparazione tra ebrei e bolscevichi sarebbe stata, nei decenni successivi, l’arma più letale in mano agli antisemiti.

 

Gli ebrei nella Repubblica Popolare Ucraina 

Come abbiamo visto, Simon Petliura, comandante dell’esercito della Repubblica Ucraina1, fu additato fin dall’inizio come uno dei principali responsabili dei pogrom in Ucraina, un nuovo Bogdan Chmelniki, il capo dei cosacchi che nel 1646-1648 capeggiò la rivolta contro i polacchi nel corso della quale furono massacrate decine di migliaia di ebrei, visti come sostenitori dei nobili polacchi, alle dipendenze dei quali spesso lavoravano. 
Petliura fu assassinato 25 maggio 1926 a Parigi, dove si era rifugiato dopo la caduta della Repubblica Ucraina: lo uccise un poeta ebreo di origine russa, Sholom Shwartzbard, che si era trovato in Ucraina all’epoca dei massacri. I giudici francesi lo assolsero accogliendo la tesi che Shwartzbard avesse soltanto vendicato migliaia di vittime, uccidendo il mandante. A quel punto anche per i nazionalisti ucraini, che non lo amavano affatto, Petliura divenne un martire dell’indipendenza ucraina.

I giudici francesi, al pari di Israel Zangwill e di Shwartzbard, si sbagliavano grossolanamente sul ruolo di Petliura, che come comandante dell’esercito avrebbe dovuto fermare i pogromisti ma non lo fece, non perché fosse antisemita ma perché la sua autorità era molto labile e il suo esercito un’accozzaglia indisciplinata. Nel maggio 1919 Petliura rilasciò addirittura una serie di dichiarazioni nelle quali condannava con chiarezza i pogrom avvenuti nei mesi precedenti, e creò una commissione straordinaria incaricata di indagare sui crimini antiebraici. D’altra parte, in quei giorni a Parigi si stava discutendo del futuro della Polonia, e il leader ucraino aveva tutto l’interesse a indirizzare le simpatie internazionali e quelle delle comunità ebraiche verso la Repubblica Popolare Ucraina, che alla Polonia, dove gli ebrei erano discriminati, contendeva la Galizia orientale.

La breve vita della Repubblica Popolare Ucraina, insomma, fu contrassegnata da una grande ambiguità. La Rada, il suo organo di rappresentanza politica, nella sua seconda dichiarazione si era rivolta “ai cittadini della Terra Ucraina”, riconoscendone così il carattere multinazionale, e un terzo degli 800 seggi era destinato alle minoranze nazionali (russi, ebrei, polacchi); nel 1918 fu creato un ministero per ciascuna minoranza, mentre la legge sull’Autonomia nazionale, approvata nel gennaio 1918, stabiliva che la nazionalità dei cittadini sarebbe stata attribuita in base a dichiarazioni personali, offrendo dunque libertà di scelta.  “Questa mossa – scrive Veidlinger – non era stata pensata solo per guadagnarsi la lealtà politica delle minoranze, ma anche per riflettere l’ethos genuinamente tollerante della dirigenza socialista ucraina.

Cominciarono a formarsi battaglioni di militanti ebrei, pronti a essere incorporati nell’esercito della Repubblica Popolare Ucraina. Nel frattempo, però, tra il popolo si diffondevano le voci che gli ebrei stessero accumulando e imboscando grano e speculando sulla valuta: il prologo del massacro degli anni 1918-1921.

 

Gli ebrei nell’Ucraina sovietica 

La ferita dei pogrom non si sarebbe richiusa. Nell’Ucraina sovietica le tensioni furono silenziate, ma il malcontento da una parte e la sfiducia dall’altra continuarono a serpeggiare. Privati delle occupazioni tradizionali e resi profughi dalle violenze, gli ebrei furono incoraggiati a diventare contadini e si videro assegnare terre nella parte meridionale dell’Ucraina, per farne delle colonie. Il governo sovietico aveva trovato una formula conveniente: concedeva le terre ma delegava tutto il resto a un’organizzazione ebraica-americana, il Joint. Toccava al Joint finanziare le colonie, costruire le case, istruire i coloni, fornire attrezzi: quindi spesso i nuovi contadini ebrei apprendevano tecniche moderne e sperimentali, e i loro risultati erano migliori di quelli dei contadini del vicinato, che coltivavano ancora con metodi antiquati. Durante la terribile carestia del 1932-1933 alcune delle colonie ebraiche soffrirono meno la fame, e questo acuì le gelosie, nonostante gli aiuti forniti ai vicini. 
L’invasione della Galizia orientale da parte dell’Unione Sovietica, nel 1939, peggiorò le cose: nonostante artigiani e negozianti ebrei venissero spogliati delle loro attività, nonostante gli arresti di rabbini e militanti sionisti, i gruppi di destra ebbero buon gioco nel diffondere le accuse secondo le quali gli ebrei erano al servizio dei sovietici, che in effetti eliminarono alcune delle leggi discriminatorie polacche, permettendo l’ingresso di molti ebrei negli apparati statali. Il capo dei nazionalisti ucraini, Stepan Bandera, definiva gli ebrei “avanguardia dell’imperialismo moscovita in Ucraina” e il marxismo “un’invenzione ebraica”. Il terreno era pronto per quello che sarebbe accaduto dopo.

I tedeschi invasero l’Unione Sovietica il 22 giugno 1941. Sei mesi dopo, in Ucraina erano già morti oltre mezzo milione di ebrei, nella seconda metà del 1943 si arrivò vicini al milione e mezzo. Nella loro azione sistematica, i nazisti seppero di poter contare sull’antisemitismo violento e rabbioso di parte della popolazione locale, visto in azione vent’anni prima e ancora vivissimo nel ricordo.

Referenze iconografiche

Bambini ebrei orfani, Lviv, Ucraina, 1920 circa.
© Niday Picture Library/Alamy Stock Photo

NOTA AL TESTO

1 La nascita della Repubblica Popolare Ucraina fu proclamata a Kiev nel dicembre 1917, dalla Central’na Rada, l’assemblea locale socialista che si era creata sulla spinta della Rivoluzione di febbraio. La decisione di dichiarare l’indipendenza dalla Russia fu presa in seguito alla presa del potere da parte dei bolscevichi, alla quale la Rada ucraina non era favorevole. La vita della Repubblica fu breve e tormentata: i tedeschi ai quali la Rada aveva chiesto aiuto contro i bolscevichi esautorarono l’assemblea e nell’aprile 1918 occuparono il paese, istituendo una sorta di protettorato. La Repubblica Popolare Ucraina fu restaurata nel novembre 1918, con la nascita di un direttorio del quale faceva parte Simon Petliura, ma finì per soccombere ai bolscevichi.

BIBLIOGRAFIA 

  • Jeffrey Veidlinger, In the Midst of Civilized Europe. The 1918-1921 Pogroms in Ukraine and the Onset of the Holocaust, 2021 (Metropolitan Books).
    Illuminante e documentatissimo, ma le pagine di resoconto dei pogrom sono una lettura impressionante.

  • Nokhem Shtif, The Pogroms in Ukraine, 1918-1919: Prelude to the Holocaust, 2019 (Open Book Publisher), traduzione dallo yiddish di Maurice Wolfthal.
    È la testimonianza, scritta a non molta distanza dai fatti, da Nokhem Shtif, linguista yiddish e giornalista che partecipò alle attività di soccorso ai sopravvissuti ai pogrom di Kiev.

  • Bernard Malamud, L’uomo di Kiev. Trasposizione in romanzo della vicenda di Mendel Beilis, fu pubblicato per la prima volta nel 1966 (con il titolo di The Fixer). Nel 1968 ne uscì una versione cinematografica, diretta da John Frankenheimer.

Tre video per ripercorrere la storia degli ebrei in Ucraina

  • Il primo fa parte del corso sull’Ucraina moderna tenuto a Yale dal professor Timothy Snyder. L’ottava lezione, che ha come lettore il professor Glenn Dynner, è uno splendido e chiarissimo resoconto della vita ebraica in quella zona.
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  • Il secondo video è una lezione della professoressa Hanna Abakunova dal titolo Ukrainian-Jewish Relations on the Eve and During the Holocaust, nella quale si approfondisce il rapporto tra le colonie ebraiche e i contadini locali.
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  • Il terzo è una discussione sul succitato libro di Veidlinger (su YouTube sono peraltro disponibili parecchie conferenze di Veidlinger sullo stesso tema).
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